Le acque solforose di Valgrande
Chi si trovasse a percorrere la statale 52 di Alemagna, arteria che permette il collegamento tra il Veneto e l’Alto Adige, dopo aver superato l’abitato di Dosoledo lasciando sulla sua sinistra Padola, scoprirebbe davanti a se un mare di verdissimi abeti incorniciato, sulla sinistra, da montagne possenti dalla roccia grigio-chiara. Qui sorgono infatti, il bellissimo gruppo del Popera e la Valgrande che è situata nella parte più orientale del Veneto.
Essa è compresa nel territorio del comune di Comelico Superiore confinante con l’Alto Adige e con l’Austria. Il Comelico, a sua volta, fa parte del Cadore.
Questa vallata ha una caratteristica peculiare che ha indirizzato tutti i progetti di sviluppo ad essa legati: le acque della sorgente a tutti nota come “Acqua puzza”. I loro effetti benefici, da sempre conosciuti dalla popolazione del Comelico, portarono già nell’800 a pensare alla loro utilizzazione per scopi medici. Fu così che il comune di Comelico Superiore decise di far analizzare le acque.
1837: le analisi effettuate da Bartolomeo Zanon
Di quelle prime ricerche troviamo testimonianza in un piccolo libretto intitolato Analisi dell’acqua minerale idrosolforosa di Valgrande nel Comelico Superiore, provincia di Belluno. Memoria di Bartolommeo Zanon farmacista in Belluno nel quale lo Zanon riassume la sua esperienza e gli esiti del suo lavoro. In seguito alle osservazioni preliminari sull’acqua minerale arriva alla conclusione che la sua quantità sarebbe sicuramente sufficiente a “soddisfare ai bisogni di qualunque stabilimento balneario, che venisse eretto in quella località.”
Vi è poi un ampio spazio dedicato, giustamente, ai risultati delle analisi chimiche al termine delle quali viene fatto un confronto tra l’acqua di Valgrande e quella della sorgente della Pecherie di Enghien, presso Parigi. “Se l’acqua minerale di Enghien in Francia viene riconosciuta di tanta utilità negli usi della medicina, la nostra sorgente idrosolforosa di Valgrande nel Comelico superiore, mineralizzata dai medesimi principi, potrà in seguito essere considerata come rimedio importante nella guarigione di molte malattie.”
Lo Zanon termina quindi le sue ricerche chimiche con una riflessione di tipo pratico: se quest’acqua è così salutare per alcune malattie, perché non usufruire dei suoi benefici tramite l’erezione di uno stabilimento termale? Questa, in pratica, è la risposta, ma allo stesso tempo è un incoraggiamento, che veniva dato dal farmacista bellunese al comune di Comelico Superiore che lo aveva incaricato delle analisi presso le sorgenti di Valgrande.
1878: le analisi effettuate da Giovanni Bizio
Nonostante il parere positivo espresso dallo Zanon, non si ebbe nessuna iniziativa da parte del comune che, nel 1878, decise di far analizzare nuovamente le acque. Questa volta il compito toccò al prof. Giovanni Bizio. Il Bizio inizia con un cenno generale sull’acqua e sulle sue proprietà fisiche dove si dice che il getto d’acqua “è talmente copioso e costante da non lasciar dubbio che l’acqua possa impiegarsi a qualunque siasi applicazione terapeutica senza averne difetto…”
Dopo, passa alla descrizione delle analisi chimiche fatte concludendo che: “fra le sorgenti di qualche rinomanza, cui meglio che ad altre, quella di Valgrande si avvicini per la natura dei componenti, possono citarsi le acque di Pyrmont, analizzate nel 1865 dal Fresenius, ed in confronto delle quali la nostra conterrebbe una maggiore quantità d’idrogeno solforato.”
Anche Bizio, alla fine della sua relazione, dà parere favorevole per ciò che riguarda l’utilizzo delle acque tramite uno stabilimento termale. Come lo Zanon, confronta l’acqua di Valgrande con quella di sorgenti più famose e già utilizzate a scopo terapeutico. Entrambi arrivano alla conclusione che l’acqua da loro analizzata è migliore delle altre, ed è proprio su questa base che auspicano lo sfruttamento di questa sorgente. E, questa volta, vi furono dei progetti che, purtroppo, non riuscirono a realizzarsi concretamente.
Il progetto del 1880 per uno stabilimento termale
Il Municipio di Comelico Superiore, nel 1880, fece redigere dall’ingegner Girolamo di Gaspero di Conegliano un imponente progetto di un complesso edilizio termale. Accanto allo stabilimento dovevano sorgere un grande giardino e una “piscina di natazione” per i bagni “ad area aperta con spogliatoi.
L’edificio termale vero e proprio, progettato seguendo quello stile ibrido sorto dalla mescolanza di temi neoclassici e liberty così caro alla clientela termale, doveva essere diviso in cinque corpi di fabbrica ognuno destinato ad uno scopo ben preciso:
Corpo di fabbrica A: destinato alle cure idroterapiche;
Corpo di fabbrica B: destinato alle cure balneari;
Corpo di fabbrica C: costituito da un grande salone per passatempi;
Corpo di fabbrica D: ad uso caffè, sala di riunione, etc.;
Corpo di fabbrica E: ad uso “ristoratore”.
La lunghezza totale dell’edificio doveva essere di circa 203 metri e la profondità di 31,40 metri.
Al piano terreno, nei corpi di fabbrica A e B, si trovava il vero e proprio edificio termale che è descritto in maniera particolareggiata indicando tutte le diverse strutture necessarie per le cure; nei corpi di fabbrica D e E, troviamo invece il caffè, le sale biliardi, le cucine e i servizi, la bottega del barbitonsore, la sartoria e la calzoleria, la sala di musica, la sala di lettura, la sala d’aspetto, l’atrio con posta e telegrafo, il locale per il buffet, le sale da pranzo, le sale per colazioni e per fumatori.
Al primo e al secondo piano dei fabbricati A, B, D e E, vi erano le camere dell’albergo: 256 erano singole e 80 erano doppie, per cui, la massima capienza delle struttura era di 416 persone. I servizi erano comuni. La struttura era dotata di ascensori meccanici per trasportare gli ammalati dal pian terreno, dove si praticavano le terapie, alle camere.
Questo progetto, veramente grandioso, fu poi sottoposto all’attenzione della Società di Scienze mediche di Conegliano che, nella seduta del 5 agosto 1881 si pronunciò in questi termini:
“La Società di scienze mediche di Conegliano ringrazia vivamente l’egregio Ing. Girolamo di Gaspero per la mostra e spiegazione particolareggiata del suo progetto d’un stabilimento idrobalneoterapico in Valgrande del Comelico; quindi tenuto conto:
-della posizione dello Stabilimento circondato da boschi di piante resinose adattissime ad una cura climatica estiva;
-della composizione chimica dell’acqua e della sua temperatura;
-della bene ordinata distribuzione dei locali dello Stabilimento, dove l’igiene, la comodità e l’eleganza si danno la mano, fa voti perché presto sorga il progettato Stabilimento e l’Italia possa finalmente possederne uno pari a quelli grandiosi che già da parecchi anni onorano la Francia e la Germania.”
Purtroppo lo stabilimento “non risultò realizzabile per la troppa lontananza dai centri cittadini e per la mancanza, allora, della Ferrovia del Cadore e degli attuali molteplici e comodi servizi automobilistici, pubblici e privati” e questo comportò che non si avesse quello sviluppo socio economico che la realizzazione delle terme avrebbe potuto favorire incentivando il movimento turistico e la creazione di altre strutture ricettive.
Primi passi: l’opera di Valentino Pocchiesa
Valgrande e le sue acque, però, continuavano ad essere citate in tutte le guide turistiche dell’epoca.
La questione era seguita anche dai giornali locali e, su “Il Cadore”, nel 1889, si legge: “Eseguita pertanto l’analisi, l’amministrazione comunale, sempre ferma nella bella idea che a Valgrande deva sorgere uno stabilimento di bagni, fece redigere all’ing Di Gaspero il relativo progetto che è, secondo gl’intelligenti, un capo lavoro; ma esso continua a giacere nell’archivio comunale aspettando che qualche provvida mano lo traduca in atto. Qualche tempo dopo parve che la Società Veneta entrasse su questo proposito in trattative col comune, ma infine nulla si conchiuse.”
Nonostante l’attenzione da parte del comune, il parere positivo dato dalla Società di scienze mediche di Conegliano e le frequenti citazioni fatte dagli autori delle guide turistiche e di altri testi, a Valgrande non riusciva a decollare nessuna iniziativa di sfruttamento delle acque. Ma nel 1894, su “L’Eco del Cadore” si parla di Valgrande descrivendola come “un piano coperto da abeti e da pini ove sgorgano acque di meravigliose qualità proclamate in una dotta analisi del prof. Bizio. Sino dall’anno scorso vi furono costrutte delle baracche, e il movimento dei comelicesi è continuo pei bagni nella buona stagione. Quello stabilimento, ora meschino, ha senza dubbio un bell’avvenire.”
Da qui apprendiamo che in quegli anni fu realizzato il primo piccolo stabilimento del quale ci parla il suo stesso proprietario Valentino Pocchiesa in una lettera inviata ad Antonio Ronzon in data 6 novembre 1895: “Le sarò infinitamente grato se Ella vorrà inserire nell’Indicatore Cadorino le seguenti indicazioni: Il nascente stabilimento a legno alle rinomate acque di Valgrande; tentativo fatto da me per tener viva l’idea che il paese possa col tempo avere un vero stabilimento balneare. Per ora esso stabilimento non è che un piccolo e greggio fabbricato, composto di 10 stanzine, parte servibili per bagni e le altre per alloggio e stanze da letto alla buona.”
Il Ronzon, sull’Indicatore Cadorino del 1896, scrive a proposito dei bagni di Valgrande: “E’ desiderabile che la lodevole iniziativa non sia ostacolata, che anzi il signor Pocchiesa e da parte del Comune e da parte dei privati sia messo in grado di continuare sempre in meglio.”
Probabilmente non accadde niente di tutto ciò, per cui il Pocchiesa, alcuni anni dopo si trovò a vendere il suo piccolo fabbricato che probabilmente venne demolito.

Primi alberghi in Valgrande
In seguito alla cessione dell’embrionale stabilimento da parte del Pocchiesa, a Valgrande, nel 1898, sorse l’albergo Vittoria dove si praticavano le cure delle acque solforose che giungevano all’albergo grazie ad una canalizzazione.
Non si deve pensare però che questa struttura fosse qualcosa di simile a quella progettata nel 1880 dall’ing. Di Gaspero. Questo era un edificio molto più modesto improntato alla tipologia dell’albergo piuttosto che a quella di un centro termale, tant’è vero che, se escludiamo i bagni a pian terreno, non vi era nient’altro di tutto quello che si poteva all’epoca desiderare in una stazione termale. In merito allo sfruttamento delle acque da parte dell’albergo Vittoria ho avuto una interessante conversazione con la signora Eva De Bettin, classe 1923, la quale ricorda che quando era bambina la mamma la portava assieme al fratello all’albergo Vittoria dove, dietro un modico pagamento, veniva messa a disposizione una vasca di smalto in una stanzina al pian terreno nella quale la mamma li immergeva entrambi. Inoltre la signora ricorda che nei pressi dell’albergo sorgevano due capanne in legno all’interno delle quali vi erano, probabilmente, delle docce. L’acqua veniva portata alle capanne per mezzo di tubi.
Ma l’albergo Vittoria non era la sola struttura ad utilizzare le acque termali. Quasi di fronte, o meglio, dall’altra parte della strada, sorgeva l’albergo Valgrande di proprietà della famiglia Amati che disponeva di 16 camere tutte a due letti. Anche qui si praticavano i bagni con l’acqua derivante dalle sorgenti termali che veniva usata anche come una normale acqua potabile.
Purtroppo, queste prime iniziative, vennero frenate dallo scoppio della prima guerra mondiale che fece di Valgrande una retrovia del fronte.
Valgrande durante la prima guerra mondiale nei racconti di chi vi ha combattuto
Vi sono un’infinità di libri che riguardano le memorie di guerra.
Anche Valgrande ha avuto “i suoi scrittori” che l’hanno immortalata nei loro racconti.
I testi, in tutto, sono tre; il primo, La prima estate di guerra, è scritto da Gino Frontali, ufficiale medico al fronte durante tutta la guerra, mentre gli altri due sono scritti da appartenenti al corpo dei Volontari Alpini del Cadore: il capitano e comandante Celso Coletti e il volontario Edgardo Rossaro, “vercellese di nascita – cadorino di elezione – pittore per istinto.” I loro testi sono rispettivamente I Volontari Alpini del Cadore. Diario di guerra ’15-’18, e La mia guerra gioconda. Attraverso le descrizioni o le semplici citazioni di Valgrande che si hanno in questi tre testi possiamo farci un’idea di ciò che vi accadde durante la guerra, della dislocazione delle truppe e del ricordo che il luogo lasciò nei combattenti. Così, mentre Coletti dà le sue notizie in un modo molto stringato poichè il suo è un diario di guerra realizzato semplicemente per ricordare gli spostamenti e gli ordini principali relativi ai Volontari Alpini nonché le azioni di guerra, Frontali e Rossaro si preoccupano soprattutto di narrare avvenimenti ed aneddoti accaduti a loro ed ai commilitoni. I tre autori non usano quasi mai il toponimo Valgrande, e citano il luogo indicandolo come Bagni, segno evidente dell’interesse termale riconosciuto alla zona.
Cominciamo con l’analizzare i testi. Dal diario di Coletti sappiamo che i Volontari alpini furono in region Popera, zona di operazioni sovrastante Valgrande, dal 29 ottobre 1916 al 4 novembre 1917. Proprio in data 29 ottobre 1916 troviamo annotato: “Partenza da S. Stefano alle ore 10, arrivo a Bagni alle ore 15. Presentazione della Comp.a al Col. Pinto com.te di Settore”. La compagnia si trattenne a Bagni durante la notte secondo ciò che scrive Rossaro: “Così il 29 ottobre partimmo da S.Stefano e camminammo affardellati fino a Bagni, dove dormimmo per terra in cattive baracche, con un freddo cane.” Il giorno successivo sappiamo da Coletti che la compagnia partì per prendere posizione in region Popera : “Partenza da Bagni alle ore 12. Arrivo a Crestone Popera ore 15.” Da queste prime notizie apprendiamo che a Valgrande vi era il Comando di Settore e che vi erano baracche utilizzate per il ricovero delle truppe. Con maggiore precisione Rossaro ci dice che “Il Comando di Sottosettore si era installato nel vecchio albergo di Bagni. Il colonnello Sala che lo dirigeva, aveva simpatia per noi e spesso invitava me e Fontana a cena al Comando.” Rossaro godeva di tali attenzioni in quanto, essendo pittore, realizzava schizzi e disegni della zona per il Comando stesso. Tale materiale veniva poi usato per preparare le azioni di guerra.
Oltre al Comando, a Bagni vi era anche l’ufficio di amministrazione del reggimento al quale apparteneva Frontali che narra così il suo arrivo a Valgrande: “Per la prima volta immaginai che il mio attendente doveva essere una specie di provvidenza, più tardi capii che aveva per me cure paragonabili soltanto a quelle d’una mamma. Seppi da lui che – tolto l’accampamento – anche il mio bagaglio era stato trasportato a Bagni presso l’ufficio amministrazione del reggimento. Egli m’aveva portato la coperta come oggetto di prima necessità e s’era recato a certe cucine improvvisate a distanza di tre chilometri per trovare il caffè.” Frontali fu subito inviato a svolgere il suo lavoro di ufficiale medico presso posizioni più avanzate. A Bagni tornò per un periodo di riposo come narra lui stesso: “Fra il 9 e il 12 agosto fui a riposo a Bagni con la IX e X compagnia, alle quali avevano dato il cambio due compagnie del LXIX Fanteria. Bagni, a due chilometri al di qua del passo di monte Croce, nel fondo di Val Padola, in prossimità di sorgenti d’acque sulfuree, è una località segnata da un albergo a forma di chalet svizzero, fiancheggiato da quattro torrette coperte da lucidi cappelli conici, circondato da cancellate di legno dipinte di verde chiaro, che pareva un giocattolo di Norimberga in mezzo al nereggiare delle abetaie, di contro allo splendore zuccherino delle nevi.
Dopo una marcia notturna fra camminamenti ingombri di fanti e di gavette, dopo un sonno greve sopra un materasso dell’albergo di Bagni, mi svegliai in questa pace. E facendo una specie di bagno, a forza di spugnature, in piedi nella mia bacinella di gomma, ascoltavo il chiacchierìo di tre soldati – sguatteri della mensa di Bagni – che veniva dal pianterreno attraverso gl’impiantiti di legno. Uno macinava il caffè, l’altro pestava il mortaio, il terzo sciacquava piatti: ah, questi rumori casalinghi, nessuno saprà mai dire quanto erano dolci alla mia anima di troglodita!…Intanto s’apparecchiava la mensa all’aperto sotto l’occhio vigile del capitano Savi.” “Dopo aver girato per tutti gli uffici e magazzini e ripostigli di Bagni, dopo aver osservato gli svariati mestieri (sarto, calzolaio, barbiere ecc.) ai quali s’erano dati certi miei antichi commilitoni, dopo aver ascoltato l’intreccio di cacofonie che veniva dal locale della banda reggimentale dove cornette e tromboni studiavano un valzer viennese, ebbi un infinito desiderio di allontanarmi da quella colonia tranquilla, che a tre chilometri dalle trincee ignorava così beatamente della guerra tutto, fuorché la paura di vederla da vicino.”
Bagni era dunque un’oasi di pace a pochi chilometri dal fronte dove i soldati potevano trovare quelle comodità che neppure osavano sognare in trincea. Rossaro ci testimonia proprio questo: “Arrivammo a Bagni ammollati, ma dominati da un pensiero profondo: a Bagni c’è modo di lavarci e ci sono anche i forni per gli abiti. Vi andammo dunque ed avemmo la somma gioia di fare un bagno quasi caldo e, passando gli abiti alla disinfezione, levarci i pidocchi.” Successivamente egli poté fruire più a lungo di quei benefici grazie al suo lavoro di disegnatore: “Un ordine telefonico mi richiamava a Bagni presso il colonnello, dove il tenente Lunelli mi procurò un alloggio. Dovevo fare, anche qui, certi disegni per lui, per il colonnello. Mi aggregai quindi all’ufficio del Comando e alla mensa, costituita da un gruppo di ottimi ragazzi addetti al Comando stesso.” Tutta questa pace e tranquillità che si respirava in questa vallata a ridosso del fronte farà dire a Frontali: “Come fummo tornati all’albergo di Bagni, mi parve quasi di tornare a casa mia”.
In fondo si può dire che a questi uomini abituati alla vita di trincea, Valgrande con i suoi alberghi e gli alloggi per l’esercito sembrava quasi una piccola cittadina. Tra le altre cose, Rossaro ci informa che vi si sarebbe dovuto tenere anche un corso per Allievi Ufficiali che non si svolse regolarmente a causa della disfatta di Caporetto. Dunque Valgrande, dal punto di vista organizzativo dell’esercito, era piuttosto importante.
La stagione invernale durante la guerra non fu davvero clemente; Coletti in data 15 dicembre 1916 riporta sul suo diario: “Neve e tormenta – invio 3 sciatori a Bagni per informare il Comando essendo rotta anche la teleferica inferiore e non funzionando il telefono e prego tener pronta una corvèe non appena il tempo migliori. – Si sentono valanghe dovunque.”
All’inverno tanto duro, però, sopperiva l’ottimo clima estivo. Rossaro, costretto nelle retrovie a causa di forti disturbi allo stomaco aggravati da cure inappropriate, ci descrive appunto Valgrande in quella stagione dandoci anche informazioni sulla beneficità della sue sorgenti termali: “Andai per consulto anche dal Parroco di Padola, un buon vecchio che godeva fama di semplicista; egli mi dette delle erbe per farne un decotto e mi prescrisse un buon bicchiere al giorno delle acque di Bagni. Il tragitto da Padola a Bagni per il bosco, in quella stagione, non è descrivibile. Nessun parco al mondo è in possesso di tanta bellezza. Tappeti di fiori, profumi di resina inebrianti; così che fosse l’acqua ricca di ferro e di zolfo, o l’aria o il moto, o vi contribuisse anche il “recipe” del buon prete, certo sentivo in me rifluire la vita, rinnovarsi il sangue e sanare in parte anche i guasti creati da quei medici delinquenti.”
Concludiamo questa carrellata di impressioni e ricordi di guerra in Valgrande con la pagina forse più triste del primo conflitto mondiale: l’abbandono dei territori italiani in seguito alla disfatta di Caporetto.
Dal diario di Coletti, 2 novembre 1917: “Vado a Pieve a conferire con il cap.no De Pluri dell’Ufficio Informazioni dell’Armata, di ritorno a Bagni ricevo gli ordini per l’abbandono della posizione, ma sono più tardi sospesi. 3 novembre 1917: Riunione di nuovo a Bagni per gli ordini di abbandono, questa volta pare sia sul serio, vi sono già qui dei soldati scappati dalla Carnia tutti disarmati, che avvilimento! Il movimento si inizierà stasera, noi partiamo per ultimi domaninotte.” Lasciamo a Rossaro il compito di completare il quadro: “Partivo la sera da Bagni con vari addetti al Comando del Sottosettore: portavamo con noi la cassa del reggimento e la Bandiera; un’ambulanza della Sanità aveva caricate tutte le carte e quanto si poté salvare.” Finiva così la guerra in Comelico, lasciando spazio ad un periodo ben più difficile, quello dell’occupazione austriaca.
Realizzazione del villaggio alpino della federazione dei fasci trevigiani
Dopo la fine della guerra e del periodo di occupazione austriaca, la vita, a Valgrande , riprese da dove si era fermata.
All’epoca il Cadore e sopratutto il Comelico non erano luoghi molto frequentati dal turismo di massa. Uno dei maggiori limiti che frenò lo sviluppo turistico fu quello delle strade e dei collegamenti ferroviari non facili in una zona così montuosa. Si pensi che la strada di vitale importanza che collega Cima Gogna con Santo Stefano di Cadore fu aperta solo tra il 1839 e il 1840 e che fino a quell’epoca quel tratto così importante era percorribile soltanto a piedi.
Tutto questo aveva portato il Comelico a rimanere un territorio poco frequentato e, per così dire, quasi vergine dal punto di vista turistico. Ma gli abituali frequentatori del Comelico sembravano prediligerlo proprio per i suoi tratti di arcaicità, per i suoi paesaggi non ancora aggrediti dallo sviluppo turistico. I due alberghi, il Vittoria e l’Amati che sorgevano in Valgrande, infatti, avevano un piccolo numero di clienti abituali e affezionati che vi si recavano per godere semplicemente della pace della vallata e delle sue acque curative delle quali abbiamo già a lungo parlato.
Nel 1929, però, si ebbe un grande cambiamento: il conte Steno Bolasco, segretario federale del P.N.F. di Treviso, decise di erigere nella suddetta vallata un villaggio per vacanze da destinare a tutte le persone della federazione che avessero avuto l’esigenza di periodi di riposo e che non potessero permettersi soggiorni in luoghi nei quali, il turismo già fiorente, facesse lievitare i prezzi.
Dopo pochi anni il villaggio era divenuto la meta preferita non solo dei trevigiani ma anche di tutti coloro che, richiamati dalla possibilità di una vacanza di una settimana ad un prezzo modicissimo, vi affluivano da Venezia, Padova e Udine.
Nel mese di luglio del 1929 si diede l’avvio ai lavori per l’edificazione del villaggio progettato dall’ingegner Costantino Nordio che si sarebbe sviluppato su di un’area di mq. 32000 tagliata dalla strada Candide-Montecroce a destra della quale sorgeva una villa appartenente al comm. Battista Pellegrini di Venezia che l’aveva edificata come casa di vacanze nel 1910. Si pensò che tale struttura, che occupava 170 mq. dell’area totale, avrebbe potuto fare da perno per la realizzazione di tutto il villaggio.
Allo stabile preesistente furono apportate modifiche e aggiunte tali da far sì che potesse ospitare, nei nuovi locali al pian terreno, la cucina con gli annessi servizi per provvedere al vitto di 700 persone (riguardo a tale numero si deve ricordare che vi erano compresi anche i partecipanti al campeggio che, però, consumavano i pasti all’interno dell’accampamento stesso).
Del rimanente terreno, 1230 mq. furono occupati dai nuovi padiglioni. Nel prato a nord della villa sorgeva lo stabile che fu destinato ad alloggiare i gruppi G.U.F.; accanto a questo sorsero le nuove rimesse per le automobili e il campo da gioco. All’estremità del prato a sud una palazzina a tre piani circondata da una veranda e composta da 36 vani venne riservata agli impiegati e ai professionisti; oltre ad essere provvista dei servizi igienici era anche fornita di sale di riunione.
Tra la villa e la palazzina si stendeva il prato destinato ad accogliere l’accampamento degli Avanguardisti e dei Balilla che, durante l’estate del 1929, risultava composto da circa 120 tende messe a disposizione dall’O.N.B. Dall’altro lato della strada sorgevano cinque dormitori quattro dei quali contenevano 25 brande, mentre il quinto ne conteneva 50. I servizi per queste camerate sorgevano nella zona boschiva retrostante dove, un impianto di docce permetteva di usufruire sia di bagni comuni sia di bagni solforosi: la presenza delle acque termali fu infatti uno dei vanti del villaggio trevigiano. Vicino a questi stabili, di fronte alla villa Pellegrini, sorgeva l’ampio padiglione destinato agli intrattenimenti. In seguito fu costruito un altro edificio destinato a questo scopo sulla collinetta alle spalle del prato sul quale sorgeva il campeggio.
L’impresario dei lavori era Francesco Chiamulera, un imprenditore cadorino che aveva introdotto in Cadore la fabbricazione del “lignopetra”, ossia legno pietrificato. I nuovi edifici che sorsero si adattavano perfettamente all’ambiente circostante. Erano di un color bianco grezzo ingentiliti dalla presenza di piccoli porticati realizzati con travi e staccionate che risaltavano sulla superficie muraria. Il contrasto era accentuato dai tetti piuttosto scuri e dalle persiane delle piccole finestre che erano invece di un bel verde brillante.
Con la fine del fascismo ebbe termine anche la vita del villaggio della federazione dei fasci trevigiani a Valgrande e le costruzioni caddero in abbandono Così, nel 1947, alcuni Salesiani di Pordenone, interpellate le autorità competenti, cominciarono ad occupare la ex colonia trevigiana. Il complesso del villaggio fu sfruttato dai Salesiani per pochi anni dato che, in seguito, essi acquistarono il vecchio albergo Vittoria. Da quel momento il villaggio della federazione dei fasci trevigiani cadde in un definitivo abbandono, probabilmente legato anche alle sue origini fasciste.

Le analisi più recenti effettuate sulle acque di Valgrande
Per 105 anni, come abbiamo visto, non furono più effettuate analisi ma, nel 1983, la Comunità Montana di Comelico e Sappada commissionò uno studio di analisi di fattibilità dello sfruttamento delle acque di Valgrande alla CE. RI. PRO, una società operante nel settore dei servizi urbanistici ed edilizi. Nella relazione riassuntiva si legge che l’acqua della sorgente A “utilizzata come bibita -sotto controllo medico- è adatta per malattie dello stomaco, dell’intestino, del fegato e delle vie urinarie; usata per bagno è adatta per malattie della pelle e delle mucose. Può essere sfruttata anche attraverso inalazioni e irrigazioni. La portata è assai copiosa e stabile.”
L’acqua della sorgente B, invece, “può essere utilizzata in uno stabilimento termale come bibita ed essere imbottigliata. Non richiede il controllo medico ed è adatta per malattie dello stomaco e dell’intestino. La portata è complessivamente adeguata ai fabbisogni.”
Dopo aver presentato l’ambiente della zona sorgiva e le vie di collegamento che raggiungono il comune di Comelico Superiore, la relazione passa a fare la proposta per un piano di sviluppo della zona Padola-Valgrande nella quale vengono “prese in considerazione aree per: attività termali, sviluppo produttivo, attività sportive e per il tempo libero, iniziative residenziali e alberghiere, parco naturale attrezzato.” Infine viene presentato un progetto per la realizzazione di uno stabilimento termale affiancato da un albergo e da uno stabilimento per l’imbottigliamento delle acque. Ma anche questo progetto è rimasto solo sulla carta.
Arriviamo così al 1996 quando, in seguito allo studio di un nuovo progetto, il comune di Comelico Superiore è tornato a far analizzare le acque delle sorgenti di Valgrande. Il comune, questa volta, si è rivolto al Dipartimento di prevenzione servizio igiene degli alimenti e della nutrizione dell’U.L.S.S. n. 1 di Belluno che ha fatto eseguire le analisi al Presidio multinazionale di prevenzione di Padova. Esse sono state effettuate in quattro diversi periodi per avere un quadro completo delle condizioni delle sorgenti nell’arco dell’anno.
In seguito ai positivi risultati di queste analisi il comune ha potuto procedere con lo sviluppo di un nuovo progetto che si è concluso con l’apertura al pubblico delle nuove strutture nel luglio del 2003. Dopo anni di interessi e di studi attorno all’acqua di Valgrande, finalmente un progetto si è concretizzato.
Il nuovo centro termale
Dopo tante proposte e progetti per la sfruttamento delle acque di Valgrande, oggi le terme sono diventate una realtà.
Il nuovo progetto ha avuto inizio nel 1993 in seguito ad un elaborato attuativo del comune di Comelico Superiore al quale si è aggiunto, nel 1995, un progetto esecutivo dell’architetto Orlando Del Farra di Belluno.
Il nuovo progetto si basa sulla valorizzazione delle acque, sulla salvaguardia dell’ambiente circostante e sulle notevoli potenzialità turistico-termali della zona.
L’area interessata dalla realizzazione del centro termale coincide con quella dell’ex villaggio della federazione dei fasci trevigiani.
I lavori hanno preso il via il 7 giugno del 1999 in seguito alla posa della prima pietra. Il nuovo edificio si compone di tre corpi di fabbrica raccordati da passaggi coperti che danno vita ad una tipologia edilizia definita “a stecca”.
Pur essendo su più piani non risulta troppo elevato in altezza, poiché è stato realizzato un piano interrato e solo l’edificio centrale, oltre al piano terreno e al primo piano, è dotato di un piano sottotetto. Dal punto di vista architettonico si è tenuto naturalmente conto delle preesistenze in loco e si è fatto riferimento alle tipologie edilizie della zona cercando di armonizzare la nuova struttura con l’ambiente circostante. Attorno al nuovo edificio è stato creato un parcheggio ed un zona “verde” destinata allo svago.
Si è realizzato così un sogno lungo più di un secolo concretizzato nell’attuale struttura termale, punto di arrivo di 160 anni di progetti termali, punto di partenza per possibili nuovi sviluppi.
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